Licenziamenti Natuzzi, l’azienda “contro” i giudici

Negli ultimi giorni è salita agli onori della cronaca la vicenda industriale che sta coinvolgendo i lavoratori di Natuzzi e, in particolar modo, su 3 dipendenti che rischiano di diventare – loro malgrado – un caso internazionale. Ma per quale motivo?

Facendo un piccolo passo indietro, si può rammentare come ad ottobre 2016 Natuzzi propose agli esuberi individuati nel piano industriale di ricollocarsi all’interno di una nuova società. Dei 355 individuati, però, ben 179 rifiutarono e, solamente 40 diedero l’assenso al trasferimento della newco nello stabilimento di Ginosa (i restanti accettarono l’incentivo all’esodo). Di quei 179 che scelsero la via del ricorso, 3 hanno già ottenuto una vittoria, con una favorevole sentenza del Tribunale di Bari che tuttavia non chiude la vicenda (anzi).

In una nota della società, che ha fatto seguito all’incontro tenutosi al ministero dello Sviluppo economico, infatti, si legge che

il prossimo 3 luglio i tre lavoratori reintegrati verranno collocati in formazione per la riqualificazione e successivo reinserimento nel ciclo produttivo. L’azienda, tuttavia, non ha potuto negare di trovarsi di fronte a uno scenario che potrebbe avere impatti significativi sull’attuale assetto industriale, poiché l’inserimento di ulteriori 176 lavoratori nel ciclo produttivo non è sostenibile, né economicamente né industrialmente. Pertanto, quando il quadro della situazione sarà definito e si conoscerà il numero esatto dei lavoratori da reintegrare, l’azienda provvederà contestualmente alla loro reintegra al licenziamento, secondo i criteri di legge, di altrettanti lavoratori attualmente in organico.

Insomma, in altri termini, per ogni lavoratore reintegrato (altri 176 potrebbero seguire), un lavoratore sarà licenziato.

Contestualmente, la società ha fatto sapere che “in ragione dell’impatto economico/finanziario derivante anche dagli altri contenziosi inerenti le differenze retributive per mancata rotazione CIG nel corso degli ultimi 10 anni”, sospende i nuovi investimenti previsti dal Piano Industriale e sceglie di non sottoscrivere il Contratto di Programma.

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